
Di fronte alla morte di Abdul, un ragazzo di 19 anni, il mio primo sentimento è stato di sbigottimento e di profonda tristezza, non ero neppure in grado di pensare alle beghe politiche. Forse e’ anche per questo che ho lasciato passare qualche giorno prima di voler esprimere la mia opinione su questo tragico fatto. Il mio pensiero è andato all’idea di come quella vita sia stata spezzata su uno squallido marciapiede, in maniera orribilmente brutale. Non ho potuto evitare di pensare a quanti furtarelli o ragazzate del genere si compiono a quell’età.
Se poi la morte di Abdul sia dovuta a un tragico fraintendimento (i suoi assassini sostengono di aver creduto che il ragazzo avesse rubato l’incasso della giornata, invece che un paio di biscotti. Come se cambiasse qualcosa, come se la vita di un ragazzo potesse avere un prezzo) o a quel di più di violenza scatenata a causa del colore della sua pelle, temo non lo sapremo mai. Resterà probabilmente un segreto custodito nella mente dei suoi aggressori, e sarà comunque compito della magistratura scoprirlo. C’è invece chi non sa aspettare il corso della giustizia e reputa evidentemente inutile il processo, avendo già deciso in cuor suo la sentenza. La politica è tra questi.
Purtroppo anche a Milano la regola per cui la politica deve entrare dappertutto, dalla culla (e anche prima) alla bara, è un vizio sintomatico della faziosità di cui siamo impregnati. Per dirla con parole semplici, sentiamo la necessità di buttarla sempre in politica. Lo si è fatto con l’assassinio della signora Reggiani l’anno scorso, utilizzato politicamente dalla destra, così come l’ha fatto la sinistra negli anni scorsi ogni qualvolta un nostro soldato è caduto in Iraq o in Afganistan: invocando il ritiro delle truppe, prima ancora di esprimere solidarietà umana alle famiglie che avevano subito una perdita tanto grave.
Forse dovremmo iniziare a pensare a quanto sia vuota e arrogante questa politica che cerca di pervadere la nostra vita e perfino la nostra morte, invece che inchinarsi umilmente di fronte alla peggiore delle tragedie. Se addirittura la famiglia di Abdul è arrivata a percepire che la loro sofferenza è stata strumentalizzata (”chiediamo che le nostre parole non vengano usate per uno scontro politico. Siamo gente semplice, vogliamo solo giustizia“, hanno detto), allora credo che sia tempo per tutti di fare un passo indietro.
Ciascuno si limiti al proprio dovere. Alla giustizia l’accertamento della verità. Alla politica il dovere di portare alla famiglia Guiebre, a nome di tutta la città, la vicinanza e la solidarietà di tutti i milanesi. Se poi davvero la politica vuole fare qualcosa in più ci si muova, magari insieme, in Consiglio Comunale, per promuovere nella nostra città una cultura che ripudi la violenza. Credo che di fronte alla morte di un ragazzo si possano, anzi si debbano superare i confini di destra e sinistra. Ciascuno faccia quello che può. Ma lasciamo la famiglia Guiebre piangere in pace il suo, il nostro, Abdul.